C'è una SCATOLA per TE!

La storia ha inizio tempo fa, quando un uomo punì sua figlia di 5 anni per
la perdita di un oggetto di valore ed il denaro in quel periodo era poco.
Era il periodo di Natale, la mattina successiva la bambina portò un regalo
disse: "Papà è per te."

Il padre era visibilmente imbarazzato, ma la sua arrabbiatura aumentò
quando, aprendo la scatola, vide che dentro non c' era nulla.

Disse in modo brusco: "Non lo sai che quando si fa un regalo, si presuppone che nella
scatola ci sia qualcosa?."

La bimba lo guardò dal basso verso l’l'alto e con le lacrime agli occhi disse: "Papà, non è vuoto. Ho messo dentro tanti baci fino a riempirlo".

Il padre si sentì annientato. Si inginocchiò, le mise le braccia al collo e
le chiese perdono. Passò del tempo e una disgrazia porto via la bambina. Per
tutto il resto della sua vita, il padre tenne sempre la scatola vicino al
letto e quando si sentiva scoraggiato o in difficoltà, apriva la scatola e
tirava fuori un bacio immaginario ricordando l'amore che la bambina ci aveva
messo dentro.

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Ognuno di noi ha una scatola piena di baci e amore incondizionato, dei
nostri figli, amici e Dio.
NON CI SONO COSE PIU' IMPORTANTI CHE SI POSSANO POSSEDERE.

GLI AMICI SONO ANGELI CHE CI SOLLEVANO DA TERRA
QUANDO ABBIAMO PROBLEMI....RICORDANDOCI COME VOLARE.

Le cose importanti a prima vista possono sembrare insignificanti...
quante volte nella vita di tutti i giorni e facendo servizio
è più facile accorgersi dell'esteriorità delle cose
e non della loro vera essenza...
il fine sono i ragazzi, non l'attività!

(TUTTOSCOUT n. 6-7 - anno 6 - STORIE L/C - E/G - R/S)
       

L'Alchimista

Avanzarono in silenzio per più di due giorni. L’Alchimista si dimostrava molto più prudente, perché stavano avvicinandosi alla zona dei combattimenti più violenti. E il ragazzo cercava di ascoltare il proprio cuore.

Era un cuore difficile: prima era abituato a partire sempre, ma adesso voleva arrivare ad ogni costo. A volte il suo cuore si tratteneva, per lunghe ore, a raccontare storie di nostalgia, tante altre volte si commuoveva davanti al sorgere del sole nel deserto, facendo piangere il ragazzo, che si nascondeva. Il cuore batteva più veloce quando gli parlava del tesoro e rallentava quando i suoi occhi si perdevano sull’orizzonte sconfinato del deserto. Ma non se ne stava mai in silenzio, neppure quando il ragazzo non scambiava una sola parola con l’Alchimista.

“Perché dobbiamo ascoltare il cuore?” domandò il giovane quando, quel giorno, si accamparono.

“Perché dovunque esso sarà, lì si troverà il tuo tesoro.”

“Il mio cuore è inquieto” disse il ragazzo.

“Bene, il tuo cuore è vivo. Continua ad ascoltare ciò che ha da dirti.”

Nei tre giorni successivi, i due incontrarono alcuni guerrieri e altri ne videro all’orizzonte. Il cuore del ragazzo cominciò a parlargli di paura. Gli raccontava storie che aveva uditi dall’Anima del Mondo, storie di uomini che erano andati in cerca di tesori e non li avevano mai trovati. Ogni tanto spaventava il ragazzo con il pensiero che anche lui avrebbe potuto non scoprire il tesoro, o morire nel deserto. Altre volte gli insinuava di essere già soddisfatto, di avere già trovato un amore e tante monete d’oro.

“Il mio cuore è traditore,” disse il ragazzo all’Alchimista, quando si fermarono per far riposare un po' i cavalli. “Non voglio che continui a parlare.”

“È un bene,” rispose l’Alchimista. “È la prova che il tuo cuore è vivo. È naturale aver paura di scambiare per un sogno tutto ciò che si è già ottenuto.”

”Perché allora devo ascoltare il mio cuore?”

“Perché non riuscirai mai a farlo stare zitto. E per quanto tu finga di non ascoltare ciò che dice, sarà sempre nel tuo petto e continuerà a ripetere quello che pensa della vita e del mondo.”

“Anche se è traditore?”

“Il tradimento è il colpo che non ti aspetti. E se tu saprai conoscere bene il tuo cuore, esso non te lo darà mai. Perché conoscerai i tuoi sogni e i tuoi desideri, e saprai fronteggiarli. Nessuno riesce a sfuggire al proprio cuore. Quindi è meglio ascoltare ciò che dice. Perché non si abbia mai quel colpo che non ti aspetti.”

( Paulo Coelho )

         

I  3  Alberi

Sulla vetta di una montagna, coperta di pascoli e di pinete profumate di resina, spuntarono un giorno tre piccoli alberi. Nei primi tempi erano così teneri e verdi che si confondevano con l’erba e i fiori che prosperavano intorno a loro.

Ma, primavera dopo primavera, il loro piccolo tronco si irrobustì. Le sfide autunnali e invernali per fronteggiare i venti e le bufere li riempivano di gioia baldanzosa.

Dall’alto della loro casa verde guardavano il mondo e sognavano.

Come tutti coloro che stanno crescendo, sognavano quello che avrebbero voluto diventare da grandi.

 Tre piccoli grandi sogni 

Il primo albero guardava le stelle che brillavano come diamanti trapuntati sul vestito di velluto nero della notte.

«Io sopra ogni cosa vorrei essere bello. Vorrei custodire un tesoro» disse. «Vorrei essere coperto d’oro e contenere pietre preziose. Diventerò il più bello scrigno per tesori del mondo».

Il secondo alberello guardava il torrente che scendeva serpeggiando dalla montagna, aprendosi il cammino verso il mare. L’acqua correva e correva, gorgogliando e scherzando con i sassi, un momento era lì e poco dopo era scomparsa all’orizzonte.

E niente riusciva a fermarla. «Io voglio essere forte. Sarò un grande veliero» disse.«Voglio navigare sugli oceani sconfinati e trasportare capitani e re potenti. Io sarò il galeone più forte del mondo».

Il terzo alberello contemplava la valle che si stendeva ai piedi della montagna e guardava la città che si indovinava nella foschia azzurrina. Laggiù formicolavano uomini e donne. «Io non voglio lasciare questa montagna» disse. «Voglio crescere tanto che quando la gente si fermerà per guardarmi, dovrà alzare gli occhi al cielo e pensare a Dio. Io diventerò il più grande albero del mondo!».

Tre boscaioli con la scure a tracolla

Gli anni passarono. Caddero le piogge, brillò il sole, e i piccoli alberelli divennero tre alberi alti e imponenti.

Un giorno, tre boscaioli salirono sulla montagna, con le loro scuri a tracolla.

Uno dei boscaioli squadrò bene il primo albero e disse «È un bell’albero. È perfetto».

Dopo pochi minuti, stroncato da precisi colpi d’ascia, il primo albero piombò al suolo.«Ora sto per trasformarmi in un magnifico forziere» pensò l’albero. «Mi affideranno in custodia un tesoro favoloso».

Il secondo boscaiolo guardò il secondo albero e disse: «Questo albero è vigoroso e solido. È proprio quello che ci vuole». Sollevò la scure, che lampeggiò al sole, e abbattè l’albero.

«D’ora in poi, navigherò sui mari infiniti e i vasti oceani» pensò il secondo albero. «Sarò una nave importante, degna dei re».

Il terzo albero si sentì mancare il cuore, quando il boscaiolo lo fissò.

«Per me va bene qualunque albero» pensò il boscaiolo. L’ascia balenò nell’aria e, dopo poco, anche il terzo albero giaceva sul terreno.

I loro bei rami, che fino a poco prima avevano scherzato con il vento e protetto uccelli e scoiattoli, furono stroncati uno a uno.

I tre tronchi furono fatti rotolare lungo il fianco della montagna, fino alla pianura.

«Perché mi succede questo?»

Il primo albero esultò quando il boscaiolo lo portò da un falegname. Ma il falegname aveva ben altri pensieri che mettersi a fabbricare forzieri. Con le sue mani callose trasformò l’albero in una mangiatoia per animali. L’albero che era stato un tempo bellissimo non fu ricoperto di lamine d’oro né riempito di tesori. Era coperto di rosicchiature e riempito di fieno per nutrire gli animali affamati della fattoria.

Il secondo albero sorrise quando il boscaiolo lo trasportò sul cantiere navale, ma quel giorno nessuno pensava a costruire un veliero. Con grandi colpi di martello e di sega, l’albero fu trasformato in una semplice barca da pescatori. Troppo piccola, troppo fragile per navigare su un oceano o anche solo su un fiume, la barca fu portata su un laghetto. Tutti i giorni, trasportava carichi di pesce, che la impregnavano di odore sgradevole.

Il terzo albero divenne tristissimo quando il boscaiolo lo squadrò per farne rozze travi che accatastò nel cortile di casa.

«Perché mi succede questo?» si domandava l’albero, ricordando il tempo in cui lottava con il vento sulla cima della montagna. «Tutto quello che volevo era svettare sul monte per invitare la gente a pensare a Dio».

Passarono molti giorni e molte notti. I tre  alberi quasi dimenticarono i loro sogni.

Un bambino, un viaggiatore, un condannato

Ma una notte, la luce dorata di una stella accarezzo con i suoi raggi il primo albero, proprio nel momento in cui una giovane donna, con infinita tenerezza, sistemava nella mangiatoia il suo bambino appena nato.

«Avrei preferito costruirgli una culla» mormorò suo marito. La giovane mamma gli sorrise, mentre la luce della stella scintillava sulle assi lucide e consunte che un tempo erano state il primo albero.

«Questa mangiatoia è magnifica» rispose la mamma.

In quel momento, il primo albero capì di contenere il tesoro più prezioso del mondo.

Altri giorni e altre notti passarono. Una notte, un viaggiatore stanco e i suoi amici si imbarcarono sul vecchio battello da pesca, che un tempo era stato il secondo albero.

Mentre il secondo albero, diventato barca, scivolava tranquillamente sull’acqua del lago, il viaggiatore si addormentò.

All’improvviso, dopo lo schianto di un tuono, in una ridda di fulmini e violente ondate, scoppiò la tempesta.

Il piccolo alberò tremò. Sapeva di non avere la forza di trasportare in salvo tante persone con quel vento e con la violenza di quelle onde. Le sue fiancate scricchiolavano penosamente per lo sforzo.

Preoccupati, gli amici svegliarono il misterioso viaggiatore. L’uomo si alzò, spalancò le braccia, sgridò il vento e disse all’acqua del lago: «Fa’ silenzio! Calmati!».

La tempesta si quietò immediatamente e si fece una grande calma.

In quel momento, il secondo albero capì che stava trasportando il re dei cieli, della terra e degli infiniti oceani.

Poco tempo dopo, un venerdì mattino, il terzo albero fu molto sorpreso quando le sue rozze travi furono tolte di malagrazia dalla catasta di legname dimenticato.

Furono trasportate nel mezzo di una  folla vociante e irosa, sbattute sulle spalle torturate di un uomo, che poi su di esse fu inchiodato. Il povero albero si sentì orribile e crudele. E piangeva, reggendo quel povero corpo tormentato.

Quando il sole si levò

Ma la domenica mattina, quando il sole si levò alto nel cielo e tutta la terra vibrò di una gioia immensa, il terzo albero seppe che  l’amore di Dio aveva trasformato tutto.

Aveva fatto del primo albero il meraviglioso scrigno del più tenero e incredibile dei tesori. Aveva reso il secondo albero forte portatore del Creatore del cielo e  della terra. E ogni volta che una persona avesse pensato al terzo albero, avrebbe pensato a Dio.

E questo era molto meglio che essere soltanto il più bello, il più forte o il più grande albero del mondo.

                          

I gabbiani di Stone

Un fruscio d'ali annunciò il loro arrivo, erano solo i primi del grosso
stormo di gabbiani che da lì a poco si sarebbe radunato sulle rocce di
Stone. Per quale motivo si radunassero tutti gli anni, ora qui, ora là, non
era chiaro agli etologi, cioè a coloro che studiano gli animali. Ma non
passava anno che lo strano stormo non si incontrasse, ogni anno qualche
giovane ancora con le penne scure si affacciava per la prima volta da
qualche roccia e all'appello mancava invece qualcuno dei più vecchi.

Dicono che i gabbiani adulti, giunti ad una certa età, spicchino il volo
lontano dal loro gruppo per andare ad esplorare orizzonti più lontani.
Qualcuno torna poi allo stormo, qualcun altro va a creare nuovi stormi,
qualcun altro ancora continua il suo volo solitario. E quest'anno come tutti
i precedenti, cominciavano ad arrivare. Antonio, il guardiano del faro, li
aveva visti girare nell'aria e poi calare a piccoli gruppi sulle rocce.
Così, vicini l'uno all'altro, sembravano quasi parlottare tra loro. Una
certa diffidenza teneva i piccoli gruppi ancora discosti l'uno dall'altro,
quasi che fossero pentiti di aver lasciato i loro territori di pesca
abituali per andare ad incontrare i loro fratelli.

Certo trovarsi così insieme avrebbe reso la vita del gruppo un po' più
difficile, avrebbero dovuto spartire il pesce e le rocce. Un piccolo gruppo
di giovani guardava con aria curiosa e impaurita i gruppi che lo avevano
preceduto, avrebbero desiderato avvicinarsi per chiedere loro se era vero
che il pesce del Mare del Nord era più abbondante e le navi degli uomini più
frequenti, ma già un gabbiano di qualche anno maggiore aveva lanciato le sue
grida contro di loro perchè avevano osato posarsi sulla sua roccia
preferita. Certo nello stormo c'erano delle tradizioni che bisognava
conoscere, ma qualcuno avrebbe dovuto insegnarle loro. In fondo però per ora
potevano stare a guardare e chi sa che non sarebbe venuta l'occasione per
farsi avanti.

Sidar il vecchio, il gabbiano più anziano dello stormo, guardava scendere
gli uccelli, ascoltava le loro grida di gioia e di lite e gioiva di poter
essere anche quell'anno insieme a loro. Certo ne mancavano ancora molti
all'appello, ma probabilmente sarebbero arrivati il giorno seguente, fra
poco sarebbe calato il buio e i gabbiani amano allora fermarsi a riposare e
ad ascoltare il rumore del mare. Ma quella sera i racconti delle loro storie
avrebbero coperto lo sciacquettio dell'acqua contro gli scogli...
Il sole era già alto nel cielo e il suo calore aveva ormai asciugato le
piume dei gabbiani di Stone e dall'umidità della notte. C'era una certa
eccitazione nell'aria e le grida dei giovani che si rincorrevano nel cielo
avevano destato molto presto il vecchio Sidar che, sollevando le grosse
palpebre pesanti per il sonno, aveva borbottato tra sé contro questi
disturbatori. Ogni gabbiano era intento alle proprie faccende, chi a pesca,
chi in esplorazione, quando uno di loro, che si era spinto più lontano,
tornò velocemente annunciando: "arrivano, arrivano!".

E in effetti già si vedevano da lontano una miriade di puntini neri, segno
evidente di uno stormo in arrivo. Ma era uno stormo ben strano, pensò Sidar,
certo non si trattava solo di gabbiani, il suo occhio allenato distingueva
bene il volo dei vari uccelli e qui e là quelle sagome nere non potevano
essere che cormorani. Quando furono più vicini e scesero sulle rocce vicini
agli altri fu chiaro che il gruppo dei giovani gabbiani appena arrivati
aveva condotto con sé degli ospiti. Un gruppo di grossi cormorani si era
infatti aggregato appena aveva saputo della festa del Sole. Erano curiosi
anche loro di questi strani raduni dei gabbiani e così avevano domandato ora
all'uno ora all'altro, finché i gabbiani avevano pensato bene di invitarli.
I cormorani non conoscevano le abitudini dello stormo e preferivano vivere
in piccoli gruppi anziché in stormi come i gabbiani, così, prima di
raccogliersi intorno al gruppo, svolazzarono qua e là in esplorazione tra le
rocce. L'aria era piena delle grida stridule degli uccelli. Giovani e maturi
si guardavano l'un l'altro cercando di capire cosa potevano aspettarsi da
questo nuovo incontro, se l'occasione avrebbe offerto loro dei buoni
compagni di pesca o meno.

Sidar, il vecchio gabbiano, osservava attentamente le schermaglie con i
nuovi arrivati e andava con ricordo alle tante feste del Sole già passate.
Era un suo uso che nel suo stormo si tramandava di generazione in
generazione e sapeva che solo facendo incontrare tutti i gabbiani ogni anno
avrebbero potuto trasmettersi gli usi e le esperienze accumulate nel tempo.
I cormorani si avvicinavano curiosi ad osservare lo stormo riunito e
qualcuno già tentava di insinuarsi nel gruppo. L'atmosfera era ormai carica
di euforia e sarebbe bastato pochissimo a scatenare lo stormo in mille grida
festose... La giornata era stata faticosa e come sempre quando si pesca insieme
qualcuno aveva avuto la sensazione che il proprio pesce, quello che aveva
avvistato dall'alto, proprio sul più bello gli fosse stato portato via da un
gabbiano malandrino e allora gli veniva la nostalgia del suo piccolo gruppo
di fedeli compagni. Ma l'euforia e le grida di festa avevano di gran lunga
sorpassato quelle di lite e col trascorrere del tempo anche i cormorani
erano entrati nel gioco dello stormo. Certo alcuni più solitari e diffidenti
erano rimasti a fare da spettatori, anche se con una punta di invidia, forse
l'anno successivo, chissà?

Ogni tanto qualche giovane gabbiano cercava di appartarsi, ma il colore
bruno delle loro penne li rendeva visibili agli occhi vigili degli anziani
che vegliavano sulla festa del Sole e li riconduceva sui territori di pesca.
Anche quell'anno, però , il raduno dei gabbiani di Stone volgeva al termine
e le teste di coloro che provenivano dai territori più lontani erano già
volte verso l'orizzonte.

Cominciarono i primi battiti d'ali e chi solo, a frotte iniziarono ad
alzarsi in volo. Il vecchio Sidar li seguiva con lo sguardo e già pensava
all'anno seguente e ai giovani che sarebbero arrivati per la prima volta,
mentre lanciava a gabbiani e cormorani il suo... Arrivederci.

(TUTTOSCOUT n.6 Anno 4 - E/G - STORIE e RACCONTI - a cura di Riccardo)

                                 

"Sono qui a rapporto!"

Una volta un sacerdote stava camminando in chiesa,verso mezzogiorno,
passando dall'altare decise di fermarsi lì vicino per vedere chi era venuto
a pregare. In quel momento si aprì la porta, il sacerdote inarcò il
sopracciglio vedendo un uomo che si avvicinava;l'uomo aveva la barba lunga
di parecchi giorni, indossava una camicia consunta, aveva una giacca vecchia
i cui bordi avevano iniziato a disfarsi. L'uomo si inginocchiò,abbassò la
testa, quindi si alzò e uscì. Nei giorni seguenti lo stesso uomo, sempre a
mezzogiorno, tornava in chiesa con una valigia...si
inginocchiava brevemente e quindi usciva. Il sacerdote, un po'
spaventato,iniziò a sospettare che si trattasse di un ladro, quindi un
giorno si mise davanti alla porta della chiesa e quando l'uomo stava per
uscire dalla chiesa gli chiese:

"Che fai qui?"

L'uomo gli rispose che lavorava nella zona e aveva mezz'ora libera per il
pranzo e approfittava di questo momento per pregare, "Rimango solo un
momento, sai, perché la fabbrica è un po' lontana,quindi mi inginocchio e
dico: "Signore, sono venuto nuovamente per dirTi quanto mi hai reso felice
quando mi hai liberato dai miei peccati... non so pregare molto bene,però Ti
penso tutti i giorni... Beh Gesù... qui c'è Jim a rapporto"
Il padre si sentì uno stupido, disse a Jim che andava bene, che era il
benvenuto in chiesa quando voleva. Il sacerdote si inginocchiò davanti
all'altare, si sentì riempire il cuore dal grande calore dell'amore e
incontrò Gesù. Mentre le lacrime scendevano sulle sue guance, nel suo cuore
ripeteva la preghiera di Jim:

"SONO VENUTO SOLO PER DIRTI, SIGNORE, QUANTO SONO FELICE DA QUANDO TI HO
INCONTRATO ATTRAVERSO I MIEI SIMILI E MI HAI LIBERATO DAI MIEI PECCATI...
NON SO MOLTO BENE COME PREGARE, PERO' PENSO A TE TUTTI I GIORNI... BEH
GESU'... ECCOMI A RAPPORTO!"

Un dato giorno il sacerdote notò che il vecchio Jim non era venuto. I giorni
passavano e Jim non tornava a
pregare. Il padre iniziò a preoccuparsi e un giorno andò alla fabbrica a
chiedere di lui; lì gli dissero che Jim era malato e che i medici erano
molto preoccupati per il suo stato di salute,ma che tuttavia credevano che
avrebbe potuto farcela. Nella settimana in cui rimase in ospedale Jim portò
molti cambiamenti, egli sorrideva sempre e la sua allegria era contagiosa.
la caposala non poteva capire perché Jim fosse tanto felice dato che non
aveva mai ricevuto né fiori, né biglietti augurali, né visite.

Il sacerdote si avvicinò al letto di Jim con l'infermiera e questa gli disse, mentre Jim
ascoltava: "Nessun amico è venuto a trovarlo, non ha nessuno".

Sorpreso il vecchio Jim disse sorridendo: "L'infermiera si sbaglia...però
lei non può sapere che TUTTI I GIORNI,
da quando sono arrivato qui, a MEZZOGIORNO, un mio amato Amico viene, si
siede sul letto, mi prende le mani, si inclina su di me e mi dice:

"SONO VENUTO SOLO PER DIRTI, JIM, QUANTO SONO STATO FELICE DA QUANDO HO
TROVATO LA TUA AMICIZIA E TI HO LIBERATO DAI TUOI PECCATI. MI E' SEMPRE
PIACIUTO ASCOLTARE LE TUE PREGHIERE, TI PENSO OGNI GIORNO... BEH JIM...

QUI C'E' GESU' A RAPPORTO!"

Da oggi, ogni giorno, non possiamo perdere l'opportunità di dire a Gesù:
"Sono qui a rapporto!"

(TUTTOSCOUT n.6 Anno 4 - Pensieri per la Co.Ca - a cura di Riccardo)

                                  

L'inizio di una STORIA

Non era una bella giornata, il cielo era un po' cupo e tirava un forte vento
da levante che increspava la superficie del mare. Carlo era un po' annoiato,
gli sembrava che i giorni, da un tempo immemorabile, fossero sempre uguali:
la scuola e dopo di essa andare ad aiutare lo zio che faceva il muratore.
Tirare su le case aveva un certo fascino, ma con la scusa che era solo un
ragazzo, al massimo gli avevano fatto mettere su qualche mattone, il resto
del tempo lo passava a portare sacchi di calce, e dopo l'entusiasmo dei primi
giorni era subentrata una noia insopportabile. Ora però gli era venuta
un'idea... e se, approfittando del vento avesse collaudato la sua
invenzione, la macchina a vela che aveva gelosamente e nascostamente
custodita nel capanno?
La tanto idolatrata macchina a vela non era che un carretto su cui era
issato un palo con attaccata la vela, un lenzuolo rubato all'ultimo bucato
della nonna che per molto tempo aveva imprecato contro quei "ladracci che si
attaccano a tutto". Era tanto tempo che Carlo aspettava la giornata propizia
e se avesse funzionato era persino disposto a rendere il lenzuolo. Ma oggi
con tutto quel vento non poteva non funzionare e nessuno si poteva accorgere
della sua assenza, che lo zio era dovuto andare in città a comprare del
materiale che gli mancava e babbo e mamma erano ancora a lavorare. Trascinò
il carretto sulla strada della collina per poter sfruttare la discesa per
partire, controllò il timone, la carrucola, tirò un forte sospiro, saltò su e via...
Camminare camminava, non c'era dubbio, e si riusciva anche a pilotare
abbastanza; finita la discesa la vela si gonfiò per il vento e, sotto le
ruote, la strada correva via. Ad una curva partiva un sentiero di terra
battuta che, lasciando la statale, si inoltrava per i campi, Carlo non ebbe
dubbi, bisognava provare anche il fuori strada. Si stava facendo buio e
ormai bisognava tornare indietro, ma a questo Carlo non aveva pensato, non
solo, la carrucola si era inceppata e non riusciva ad ammainare la vela, non
era possibile quindi neanche fermarsi, bisognava aspettare che calasse il
vento e per adesso non se ne parlava. Per fortuna si era portato un maglione
perchè già faceva freddo e spuntavano le prime stelle; che peccato non avere
mai studiato astronomia a scuola, forse si sarebbe potuto orientare con le
stelle, anche se ormai si trattava solo di seguire la strada che si stava
pian piano inoltrando nel bosco.
Al di là della collina e poi di quell'altra ancora e ancora al di là, nella
città di Non so ché, Silvia aveva passato tutta la mattina a disegnare il suo
ultimo tipo di aquilone. sicuramente il negozio di giocattoli lo avrebbe
comprato per farlo realizzare nel suo laboratorio e lanciarlo sul mercato
per Natale. Silvia era un tipo in gamba e gli amici dicevano che era
"magica" per le mille cose che riusciva a costruire con le sue mani; prima
degli aquiloni, per un periodo aveva intrecciato stuoie e prima ancora
lavorato il cuoio. Le piaceva imparare e inventare, ma i tanti successi non
le avevano tolto la smania del provare qualcosa di più.
E quel qualcosa di più era lì, pronto in soffitta ormai da una settimana, ma
forse per la prima volta aveva paura. Aveva disegnato e poi costruito un
piccolo deltaplano, sfruttando le sue scoperte sugli aquiloni; curandone la
maneggiabilità e contando sul suo peso (era molto leggero per i suoi 15
anni) aveva prodotto un piccolo gioiello: chiuso era poco più grande di un
ombrello da pastore, ma non era stato mai collaudato. Quel pomeriggio le era
saltato un impegno e quindi era completamente libera, il vento era costante
e certo non avrebbe piovuto, perchè indugiare ancora? La sua terrazza era
molto in alto e avrebbe potuto spiccare tranquillamente il volo da lì verso
i prati al limite della città. Era deciso, un biglietto alla mamma "torno
tardi, non ti preoccupare", giacca a vento, blue jeans e scarpe da tennis,
era già con la mano sulla maniglia della porta d'ingresso.
I ragni in soffitta avevano già teso le loro tele sul deltaplano, Silvia si
rammaricò di avere aspettato fino ad allora e col suo "ombrellone" sulla
spalla corse sulle scale della terrazza. Il deltaplano aperto aveva dei
magnifici colori, sembrava un grosso uccello tropicale. Un balzo e Silvia
era già sospesa nel vento, il cuore le aveva cessato di battere per un
attimo e un groppo le aveva stretto la gola al momento del salto, ma ora che
il suo sguardo poteva spaziare sulla vallata, con la città già alle spalle,
sprizzava felicità da tutti i pori. Stupendo, fantastico, da raccontare.
Ogni tanto incontrava qualche uccello un po' stupito da quello strano
animale e un po' di panico la prese quando un gabbiano pensò bene di
riposarsi sulla sua ala facendola traballare un po'. Volava verso Sud, man
mano scomparivano i paesi e solo il verde dei prati e quello più scuro dei
boschi inframmezzato dai ruscelli, colorava il paesaggio. Lentamente Silvia
cominciò a scendere, avrebbe poi cercato l'indomani un'altura da cui
lanciarsi per tornare, il vento era calato e non restava che trovare un
rifugio per la notte.
Poco distante da dove Silvia stava scrupolosamente ripiegando il suo
deltaplano, sdraiato sotto una grossa quercia, Carlo riprendeva fiato, la
sua macchina a vela si era finalmente fermata, gli alberi del bosco avevavo
attutito il vento e piano piano rallentato la corsa. Ora non riusciva a
pensare ad altro che a riposarsi, mentre davanti agli occhi gli scorrevano
le immagini di quella lunga corsa. Aveva legato la sua macchina ad un albero
e certo non si era posto il problema di come tornare indietro. Mentre stava
così in dolce far niente uno scricchiolio di rami lo fece saltare in piedi,
quale animale sarebbe comparso di lì a poco? e come difendersi? Raccolse in
fretta delle pietre, ...ma che animale e animale, era un ragazzo, anzi no
una ragazza. Cioè era Silvia, "Chi sei, che fai qui, da dove vieni?", le
stesse domande pronunciate contemporaneamente da entrambi lo fece scoppiare
a ridere. "Con calma, ricominciamo" disse Silvia e così, seduti una accanto
all'altro su di un tronco caduto, cominciarono a raccontarsi le loro
avventure e si interruppero solo quando il freddo della sera suggerì loro di
accendere un fuoco attorno al quale riprendere i loro racconti. Scoprirono
di conoscere cose diverse: Carlo, ad esempio, conosceva molte radici che
raccolse per placare la loro fame e Silvia che conosceva le stelle gli
mostrò le costellazioni e il modo di orientarsi con esse.
Con la notte sopraggiunse la stanchezza e si rannicchiarono su un letto di
foglie per riposare, con la vela avevano costruito un piccolo rifugio sotto
il quale dormire. L'indomani avrebbero deciso il da farsi, tornare indietro?
separatamente o insieme? o magari fermarsi lì, certo con qualche soluzione
migliore del rifugio, ma la notte porta consiglio.

(TUTTOSCOUT n.7 Anno 4 - E/G - STORIE e RACCONTI - a cura di Riccardo)

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