Coloriamo di PACE tutte le case

                        

Esporre la bandiera con l'arcobaleno non basta a fermare l'orologio della guerra né a disarmare Saddam Hussein. Ma è un punto di partenza: significa prendere coscienza che nessuna guerra risolve i problemi.

Sono sempre più numerosi i balconi, le finestre e le ringhiere da cui spunta... l'arcobaleno. L'arcobaleno della bandiera della pace, importata alcuni decenni fa in Italia da Aldo Capitini - il fondatore del Movimento Nonviolento, nonché ideatore della prima marcia per la pace Perugia-Assisi - che l'aveva vista nelle mani dei pacifisti inglesi. Nato come gesto semplice e spontaneo di opposizione alla guerra da parte di singoli cittadini, la bandiera sta colonizzando sempre più case ma anche le sedi di Regioni, Province e Comuni nonostante la «vivace» presa di posizione del Governo. "Quella della pace non è una bandiera, è il simbolo di un valore sancito dalla Costituzione" ha ribattuto Leonardo Domenici, sindaco di Firenze, schierandosi contro il "no" della presidenza del Consiglio alla bandiera con l'arcobaleno sugli edifici pubblici per evitare di incorrere nella denuncia di reato di vilipendio della bandiera (... nazionale!).

La bandiera della pace - a fine febbraio ne sono state vendute circa un milione - non ha padroni; è un simbolo che va oltre il valore della bandiera nazionale perché universale, proprio come i colori dell'arcobaleno.

Arcobaleno che riveste un significato speciale in molti miti e storie di culture diverse: nell'antica Grecia, era l'accompagnatore della dea Iris; in Cina il collegamento fra Yin e Yang; presso gli antichi Germani indicava la strada per il Walhalla, nella mitologia nordica il luogo dove risiedevano gli eroi caduti in battaglia mentre nella simbologia cristiana significa l'unione tra il ciclo e la terra e, per estensione, tra tutti gli uomini.

Nella seconda parte del secolo scorso, l'arcobaleno diventa in America il simbolo del movimento per i diritti umani National Rainbow Coalition di Jesse Jackson, adottato mondialmente anche da movimenti hippy, di pace ed ecologici. Dagli anni Ottanta è utilizzato poi come segno della "convivialità delle differenze" (seppur con un colore in più), nelle marce per la pace nonché in tutte le iniziative di pace di volontari italiani all'estero (a Sarajevo, in Iraq, in Kosovo, nella Repubblica Democratica del Congo).

Art. 11 della Costituzione Italiana:

"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali...".

La bandiera

L'idea di esporre ai balconi di casa la bandiera della pace per dire "no" alla guerra contro l'Iraq nasce la sera del 15 settembre dello scorso anno a Bologna, a conclusione del Giubileo degli oppressi.

L'arcobaleno si trova anche nel logo dell'Alleanza Cooperativa Internazionale (associazione non governativa ed indipendente, fondata nel 1895), che unisce, rappresenta ed assiste le cooperative di tutto il mondo che si riconoscono nella Dichiarazione d'identità cooperativa e nei valori e principi basilari della cooperazione.

Vi aderiscono 254 organizzazioni nazionali di oltre 100 paesi, che rappresentano più di 760 milioni di cooperatori. Nel 1946,1'Aci è stata una delle prime organizzazioni non governative a ricevere lo status consultivo al Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite.

                                    

Che pace vogliamo?

(Articolo dell'Arcivescovo emerito della diocesi di Ravenna-Cervia  Ersilio Tonini)

Che l'attuale sia un momento storico delicato, nel quale si andrà a comporre il futuro dell'umanità, è percezione comune. La situazione esige perciò grande cautela e controllo soprattutto nei modi di pensare e sentire, un procedere cauto come di chi passi attraverso infiniti ostacoli. Dobbiamo sforzarci di capire le intenzioni che muovono gli uni e gli altri. Pensare all'America come al paese assetato di petrolio e di volontà di dominio sul mondo, pronto a sacrificare i propri figli e ad ucciderne indiscriminatamente altri, è un punto di partenza sbagliato. Se fossimo americani, cosa potremmo pensare? Una nazione che si sentiva sicura, intangibile, si è trovata di colpo a fare i conti con migliaio di lutti. Ne dobbiamo dimenticare che dopo l'11 settembre abbiamo detto "Siamo tutti un po' americani"... Occorre, dunque, avere rispetto di tanta sofferenza, senza demonizzare, senza diventare guerrafondai, ma ricordando che l'America ha "salvato" l'Europa anche in tempi molto recenti.

Con l'animo sgombro dai pregiudizi, riflettiamo se il ricorso alla forza bruta della guerra, con la distruzione di cui è capace, sia la reale ed unica soluzione del problema iracheno (perché "anche le azioni migliori possono avere esiti perversi" ci ricorda il filosofi) tedesco Hegel).

Sull'altro fronte c'è un Saddam Hussein che è personaggio dispotico, inaffidabile, una minaccia per l'umanità, al quale non stanno a cuore condizioni e sorte del proprio popolo. Non risolvere il "problema" in modo definitivo significherebbe lasciare In porta aperta ad un terrorismo diffuso, senza sede, senza volto, che può colpire chiunque e qualunque economia nel mondo.

Sono passati dieci anni dalla guerra di Bush padre contro Saddam: a cosa sono serviti? come si sono mosse in questo intervallo di tempo le diplomazie mondiali? cosa è stato fatto in un punto così delicato per gli equilibri del mondo? Il timore di assistere impotenti alla contrapposizione tra la civiltà cristiana e quella islamica e di alimentare un modo sbagliato di vedere l'America è concreto. Per questo la nascita dei movimenti di pace è un segno positivo. Per questo la Chiesa continua nel suo sforzo di mediazione. La decisione del ricorso alla forza - se si rivelerà necessaria - sia lasciata agli uomini dell'Onu.