Lettera pubblicata su...

"Il Galletto"

Notiziario dello Scautismo Cattolico dell'Emilia Romagna

Anno XXXXII - Aprile 2005

SESSUALITÀ  e  RESPONSABILITÀ

di   Anna Perale  e  Roberto Zoppellari

                     

La lettera pubblicata su “IL GALLETTO” n. 11 del 2004 ha stimolato la nostra riflessione di coppia di coniugi cresciuti nello scautismo, prima e dopo il matrimonio, ed attualmente impegnati anche e soprattutto nella pastorale familiare della nostra chiesa locale.

Proveremo a toccare 3 aspetti:


1 - Il rapporto fra le scelte di vita del capo e la comunità capi.

Dai tempi della contestazione, in cui imperava lo slogan “Il privato è politico”, si è sempre detto in associazione, con molto buon senso, che la Comunità Capi NON è una comunità di vita, ma di servizio. Di questi tempi ci sembra che questa affermazione venga talora usata per giustificare una sorta di impermeabilità tra la sfera privata e la sfera pubblica della vita del capo. La comunità capi — si dice - mi può chiedere conto se uso il metodo con sufficiente competenza, se ho un buon rapporto con i ragazzi e le famiglie, se svolgo gli incarichi che mi ha affidato, ma non deve entrare nelle mie “altre” scelte di vita, faccende private che riguardano solo me. Chi decide quanto è larga la sfera privata e che cosa ci debba stare dentro? Pretendiamo di deciderlo noi stessi. Sono sempre di più gli ambiti che sentiamo come privati. Il sentimento e la pratica religiosa, l’amministrazione del denaro e della carriera, la gestione della sessualità e dell’affettività sono percepiti e vissuti come “cose personali”, estranee ad ogni regola o controllo sociale. Questi ambiti sono “fatti miei”:   decido io se e cosa fare, cosa è buono (per me, secondo me) e cosa non lo è (per me, secondo me).
Spesso le Co.ca. tendono a rispondere a questa tendenza individualista ricorrendo a regole: più i singoli esigono spazi di autodeterminazione che escludono la comunità, più il gruppo prova a definirsi attraverso regole rigide di inclusione ed esclusione. Il risultato è quasi sempre una rottura dolorosa tra chi si sente giudicato ed escluso per avere esercitato un diritto soggettivo che ritiene legittimo e insindacabile e chi sente “tradite” (e teme fragili) regole di appartenenza che credeva condivise (e forti).
Ci sembra che il primo nodo da riallacciare sia proprio quello dell’essere una comunità.

Una comunità esiste quando qualcosa di importante lega tutti i suoi membri, quando ciascun soggetto non è solo un “io”, ma anche un “noi” e quel “noi” è parte integrante della sua identità e della sua storia.

Le nostre comunità capi sono tenute insieme dalle scelte del Patto Associativo, cioè dalla libera e consapevole adesione di ciascun capo ad un progetto condiviso di ampio respiro e di grande impegno, che tocca profondamente il senso che, giorno dopo giorno, proviamo a dare alla nostra vita e al nostro servizio.

Nessuna scelta individuale, che tocchi le scelte del Patto, è estranea alla vita della comunità.

                       

2 - La gestione delle scelte eticamente problematiche.

Un capo deve imparare a distinguere quando, con le proprie scelte, coinvolge solo se stesso e quando coinvolge il proprio gruppo; quando è in sintonia con lo stile collettivo e quando non lo è.

Perché l’appartenenza non è un diritto, ma una scelta e un impegno.

A sua volta, crediamo, la comunità capi deve diventare più cosciente di ciò che è: un luogo d’incontro, intorno a un progetto condiviso, di tante storie e di tante scelte, una realtà dinamica, un cantiere aperto, più che un prodotto finito.

Di fronte al desiderio di continuare il servizio da parte di un capo che ha fatto una scelta eticamente problematica, una comunità capi dovrebbe porsi 3 tipi di interrogativi:

I. quella scelta tocca il ruolo e le responsabilità educative nei confronti dei ragazzi?

2. quella scelta è in contrasto con il patto comunitario?   Il capo è disponibile a metterla in discussione ed eventualmente a modificarla, attraverso un confronto aperto e onesto con la comunità

3. quella scelta dà “scandalo”nel contesto locale, rispetto al quale lo scout e il cristiano si sono assunti un impegno di coerenza e testimonianza?

L’ordine non è casuale per noi educatori. Paradossalmente, se consideriamo ad esempio l’etica sessuale, oggi non danno più nessuno “scandalo” una convivenza o una gravidanza fuori del matrimonio, considerati dalla maggioranza fatti privati; ma l’accettazione sociale non è una condizione sufficiente perché tali scelte siano considerate automaticamente “giuste” e “buone” in una comunità cristiana che, anche nel campo della sessualità, non segue le regole del “mondo”.
In questo senso la tensione a ricercare scelte etiche condivise non va lasciata in un binario morto, ma collocata nel binario delle tensioni associative vitali.

3 - L’educazione all’amore nell’Associazione.

In un vecchio fascicolo di “Scautismo veneto” leggiamo un brano tratto dalla preghiera “Pregare con il corpo: questo è il mio corpo”:

Un giorno all’altare dirò a una persona che non conosco ancora del tutto: ecco ti offro il mio corpo, prendilo, mangialo. In esso ci sono io. Esso ti invocherà, ti cercherà, ti risponderà. Si siederà accanto a te per nutrirsi dello stesso cibo, si stenderà accanto a te per nutrirsi dello stesso amore. Ecco, accolgo il tuo corpo come dono, come grazia. Lo prenderò, Io mangerò. Con la stessa devozione e trepidazione commossa con cui prendo e mangio l’Eucaristia. Esso sarà per me cibo, bevanda. E tutti e due saremo cibo e bevanda per figli, amici, per questo mondo.

L’amore degli sposi non è un sentimento, ma un atto volitivo e la scelta consapevole di donare la propria vita ad un’altra persona e di essere, attraverso questo dono reciproco, immagine e segno di un altro Amore, fedele, fecondo, totale e definitivo: quello di Dio per l’umanità, di Gesù per la sua sposa-Chiesa.

Per questo l’amore fra uomo e donna si esprime come:

• oblatività: indica l’impegno a dare se stessi per il bene dell’altro/a;
• fedeltà: è scelta di riferimento assoluto con l’altro/a nel tempo;
• fecondità: amore cambia se stessi e l’altro/a, genera vita;
• socialità: amore vero richiede il riconoscimento sociale attraverso il matrimonio.

Nell’amore una persona si dona all’altro/a solo dopo aver costruito con lui/lei una autentica comunione. Per questo motivo la coppia matrimoniale è il luogo dove sperimentare la sessualità.

Ci piace dire ‘"non giocare a/gesto sessuale, ma giocarsi nella sessualità fatta amore”, come recita un capitolo del libro della branca R/S “Insieme per vivere e sperare”. Perchè questi richiami? Ci colpisce nella lettera, ma anche in tante situazioni che incontriamo, quanto poco abbiano inciso l’educazione cristiana e l’educazione scout nella visione dell’etica sessuale e nei progetti d’amore di tante persone, coppie, famiglie. Un progetto forte e coerente, appassionante e coinvolgente, ricco di significati e capace di dare senso alla vita, diventa per molti un retaggio invecchiato e incomprensibile di regole e divieti.

Non rassegniamoci a rincorrere le scelte eticamente problematiche, ma proponiamo un’educazione all’amore responsabile nei progetti educativi e nell’impegno di educazione permanente dei capi.

Lo scautismo è stato ed è, sotto molti aspetti, una scelta controcorrente ed esigente; sogniamo un’associazione che mantenga e spenda questo coraggio nelle sfide etiche di questo tempo, senza rinunciare ad amare le persone con le loro difficoltà e debolezze, sostenendole con il lievito del confronto adulto e responsabile e con l’abbraccio caldo ed accogliente della comunità.