Qualche sassolino dallo scarpone...

Lettera pubblicata su...

"Il Galletto"

Notiziario dello Scautismo Cattolico dell'Emilia Romagna

Anno XXXXIII - Aprile 2006

di   Francesco  Preziosi

                     

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Guardandomi in giro mi sto rendendo conto che oggi parliamo troppo poco di un’esperienza davvero importante in un cammino di vita cristiana e quindi anche di un cammino scout cristiano, che è quella della VOCAZIONE.

Prima di tutto credo che oggi l’Associazione dovrebbe rivedere — in chiave educativa — le fasce di età di sua pertinenza: per dirla in un altro modo... si da la Partenza a R/S troppo giovani. Giovani non tanto anagraficamente, ma psico-sociologicamente.

Se la figura del capo deve essere una figura educativamente significativa, deve anche essere di esempio ai ragazzi con la sua vita concreta.

Quanti capi fanno uso ad esempio, di droghe leggere?

Quanti vivono una sessualità secondo la morale cristiana?

Capisco che sto partendo dalla punta dell’iceberg senza vedere la base.

Io credo che la base sia la fede in Gesù Cristo.

Ed è proprio qui che l’azione educativa dell’AGESCI fa acqua da molte parti. Non è consolante pensare che non sia solo un problema della nostra Associazione, ma della Chiesa in generale, che deve riappropriarsi di un modo per far cogliere la novità del Vangelo ai giovani di oggi: è vero, è un problema dei Catechisti, degli educatori degli oratori parrocchiali, dell’Azione Cattolica.., ma guardiamo alla nostra situazione.

Capi: ma ci crediamo ancora in Gesù Cristo?

Poniamo questa fede al centro della nostra azione educativa?

Educhiamo al buon cittadino anche cristiano o educhiamo al buon cristiano che è anche un buon cittadino?

Ultimamente abbiamo rinnovato la nostra promessa davanti al Santo Padre, abbiamo partecipato con commozione ai funerali di Giovanni Paolo II ma abbiamo fatto nostro il suo messaggio?   Lo abbiamo interiorizzato fino in fondo o abbiamo scremato ciò che era troppo scomodo?   L'AGESCI, a buon merito, si definisce un’Associazione di frontiera... ma non è che dietro a questa definizione ci sia un assunto metodologico pratico del ”tutto mi è lecito?”.

Non sono d’accordo con un’associazione di frontiera che abbassa lo stile per accogliere tutti.

Il nostro dovere è quello di accogliere tutti, fatte salve le nostre priorità educative.

Non sono d’accordo con un’associazione che mette al centro esperienze fortemente emotive a scapito della quotidianità.

Non sono d’accordo con un associazione che per avere più ragazzi” rinuncia
— ipso facto — alla sua appartenenza ecclesiale (momenti di catechesi, partecipazione ad eventi parrocchiali, diocesani...).

Forse dobbiamo riappropriarci — a partire da noi capi — di una fede quotidiana, fatta di piccoli gesti, di una preghiera che si fa vita.

Forse dobbiamo smetterla di partecipare a ROSS, CFM e CFA dove si vive una fede straordinaria (liturgia delle ore, Eucaristia giornaliera, Veglie interminabili) che al ritorno a casa si ridurrà ad un affascinante fuoco di paglia!

Forse dobbiamo riappropriarci di quelle tanto acclamate: "occasioni diversificate di Formazione Capi” in cui metterci in discussione come uomini e donne che hanno fatto delle scelte alla luce del Vangelo.

Forse dobbiamo recuperare il senso ecclesiale che parte dalle nostre Parrocchie, dai nostri Parroci e dalla nostra partecipazione agli eventi che caratterizzano la nostra Chiesa... partendo dalle piccole cose, ad esempio dall’Eucaristia domenicale preparata bene, come momento centrale della nostra settimana.

Che il monito di Giovanni Paolo II: “Se sarete quello che dovete essere metterete fuoco in tutto il mondo” sia un pungolo costante a mettere al centro della nostra azione educativa la conoscenza viva di Gesù e di Lui soltanto, il resto (anche il Metodo!) è corollario.