Educare alla Responsabilità

di  Edo Patriarca   (Presidente AGESCI)

Assai difficile oggi affrontare il tema di come educare alla responsabilità in famiglia, tema assai poco praticato dalle pedagogie più alla moda, ma soprattutto poco testimoniata da un mondo adulto sempre meno propenso ad assumersi responsabilità individuali e più portato a percorrere la via facile dell’accomodamento al “sentire comune”.

Tutto sembra deporre contro, eppure la responsabilità, la capacità di assumere decisioni e fare scelte è un tratto portante la costruzione di una personalità che si vorrebbe solida. L’attuale contesto culturale non aiuta i nostri ragazzi a scoprire questa dimensione essenziale della vita: la logica del gruppo e del decidere assieme (in realtà decide chi ha la leadership), i toni e i bassi profili, un presentismo che penalizza ogni tentativo pur minimo di progettualità, l’emozionalità e il sensazionalismo a scapito di un pensiero logico esigente, oppure, viceversa, l’affidamento ad una ragione – per nulla ragionevole- fredda e cinica.

Come si può in famiglia, nella vita quotidiana, aiutare i nostri ragazzi, i nostri figli, ad assumersi responsabilità? Indicheremo solo alcune piste, peraltro già note; non hanno l’ambizione di essere risolutive o efficaci sempre e comunque. L’educazione è relazione tra due persone irriducibile a facili ricette o a percorsi precostituiti. Tuttavia qualche indicazione può aiutarci in famiglia ad aprire un confronto e ad orientare la nostra azione quotidiana.

  1. Responsabili verso se stessi: si potrà cominciare dalle dimensioni più “sensibili”, il proprio corpo ad esempio e la sua cura -non maniacale come talune pubblicità propongono; come pure la cura nel vestirsi, comunque “capo” si decida di mettersi addosso, o la riservatezza e il senso bello del pudore.
    Noi ci esprimiamo essenzialmente con il nostro corpo: esso ci richiama al rispetto del tempo e dei suoi ritmi: il tempo del riposo, il tempo della solitudine, il tempo dell’impegno, il tempo del gioco e del gratuito, il tempo della malattia, il tempo dell’amore e degli affetti.
    In famiglia si potrà cercare di contrastare la dittatura del tempo-rapido e impostare alcuni momenti della giornata in modo diverso: la cena ad esempio, con tempi più adeguati e, perché no, anche la colazione, basta alzarsi qualche minuto prima. Soprattutto occorrerà aiutare i nostri figli a “sentirsi belli” con quel corpo e non con un altro più desiderabile.
  2. Responsabili verso gli oggetti: contro la cultura consumistica e dell’usa e getta; ad esempio la propria cameretta, i libri, i CD musicali, gli oggetti donati dagli amici, l’uso responsabile di alcuni strumenti casalinghi, banalmente l’uso della cucina o della cassetta degli attrezzi.
    E poi, ancora, il saper fare manutenzione e la cura degli oggetti più preziosi (non necessariamente i più costosi) che ci fanno ricordare e ci comunicano una storia vissuta assieme in famiglia e con gli amici.
    In tal modo gli oggetti recuperano misteriosamente la capacità di comunicare e di dire; si scopriranno i criteri che fanno un oggetto “prezioso” (generalmente non sono mai tanti) rispetto a quelli di cui poter fare a meno (generalmente sono tanti).
  3. Responsabili verso gli altri, a partire dai più vicini. E’ decidere, pian pianino, di affidare compiti di cura all’interno della famiglia:il fratellino più piccolo, lasciato in custodia per alcune ore, il nonno, o più semplicemente l’attesa dell’amico che sta arrivando e che va accolto in casa perché mamma e papà arriveranno più tardi.
    E’ una dimensione che si scopre giorno per giorno, la fatica ma anche la grande gioia di farsi carico d qualcuno e di godere della sua felicità. La cortesia, la premura, la buona educazione non saranno sentite solo regole ma un modo di essere e di proporsi.
  4. Responsabili verso la comunità più grande e verso l’ambiente. E’ il passaggio forse più difficile, ci si apre agli orizzonti più grandi, si scopre che la propria vita e le proprie azioni possono influenzare anche persone che mai si incontreranno. Ci si sentirà di essere legati mani e piedi a tutta l’umanità, indissolubilmente.
    Ma come fare in famiglia, quando tutto rema contro?
    Chi dovrebbe testimoniare questo servizio alla comunità e al suo bene non mostra purtroppo questa tensione. Anzi. Come fare dunque?
    Anzitutto lasciando che la nostra casa sia sempre aperta agli amici (gli inviti a cena – basta una buona pizza- sono ancora un buon espediente), e poi discutere dei fatti quotidiani senza fare sermoni e conferenze, ma mostrando interesse, preoccupazione per quanto ci accade attorno.
    Il lavoro dei genitori, le vicende del proprio quartiere, la vita scolastica sono già buone palestre.
    E quando necessario saremo noi genitori ad avviare la discussione, magari per chiedere ai figli un consiglio e un aiuto, apprezzato sempre e comunque.
    La famiglia sarà un piccolo forum, anche per discutere animatamente, per iniziare a scoprire, in un ambiente protetto, che le diversità non sono solo fonte di conflitto, ma anche arricchimento, a condizione che non vada mai a rischio la comunione e il bene di tutti, del più piccolo soprattutto.