Strategie di Relazione Capo-Ragazzo

              

Tratto da un Articolo di Proposta Educativa

Anno XXIX n.25 - 8 Settembre 2003

di Mattia Cecchini

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Per funzionare, la PP deve essere fatta di relazioni, del rapporto capo-ragazzo per conoscere, agganciare, stimolare i ragazzi: ascoltarli, sapere le loro difficoltà e i loro ideali, saperli rilanciare nel sentiero della vita con una marcia in più. Avere vero interesse che è anche rispetto dei tempi e dei modi di ognuno, ma senza abbandonare nessuno. Una relazione fatta quindi di parole, ma anche di tempo, dedizione, atteggiamenti, segni, simboli.

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Nell'ambito della PP il ruolo del capo è accompagnare i ragazzi in un cammino di crescita, aiutandoli a individuare le mete educative con un dialogo personale, ma senza sostituirsi a loro nelle scelte e nelle esperienze.

II capo usa un linguaggio adatto ai ragazzi, non generico, non astratto, ma anche non banale e riduttivo. Poi il capo fissa mete impegnative, proporzionate, non irraggiungibili, ma che richiedono sforzo e tenacia. Questo non riesce se il capo non ha capacità di ascolto e osservazione del ragazzo, la conoscenza degli ambiti in cui vive (famiglia, scuola, università, lavoro, amici, gioco/sport, divertimento, vita di coppia).

II Capo non sempre deve stare simpatico, l'importante è che il ragazzo pensi di potersi mettere in gioco con un adulto che ha deciso di spendere tempo ed energie.

In tutta la PP il rapporto capo-ragazzo si basa sull'interpellare il ragazzo (Ask the boy) per scoprirne interessi, aspirazioni, attese, sentimenti. È un rapporto di osservazione e di integrazione che nasce dal parlare, ascoltare, giocare, progettare, fare e capire insieme. Non funziona quindi senza la concretezza e l'esperienza vissuta insieme e senza valori coi divisi da capi e ragazzi (Legge, Promessa e Motto).

Buono scautismo significa curare le relazioni personali.

Si deve stimare e voler bene, essere anche pronti al fallimento.

Ma lo scautismo quando ha successo riesce perché è un rapporto autentico e profondo tra persone, non puro e semplice i insieme di tecniche. Non a caso si dice che la qualità dello scautismo si misura (anche) dalla qualità dei rapporti che instaura. Qui sta poi la grande sfida dell'autorevolezza (che non è autoritarismo e significa avere la forza di porsi con lealtà).

Un Capo che educa prova a sottolineare uno stile, indica una traccia, fa sorgere domande; non impone ne fa da notaio, mostra obiettivi da raggiungere. E i ragazzi possono andare oltre l'esempio: bisogna battersi per evitare che facciano gli errori dei capi.

Con il capo si può parlare di tutto: problemi scolastici e familiari, relazioni, amicizie ed affettività, fede. Non è un giudice, non deve dare voti da 1 a 10. I ragazzi possono parlare di tutto, debbono sentirsi liberi di aprirsi con un adulto attendibile, aperto al confronto, debbono anche ricevere il massimo rispetto per la propria riservatezza ed intimità, senza forzature, in un equilibrio fra invito ad aprirsi liberamente e consapevolezza della libertà di usare questo spazio. I ragazzi non ci dicono tutto della loro vita, ma non deve essere l'adulto a porre limiti, mostrandosi invece sempre disponibile al dialogo.

È essenziale la capacità di inventare e rinnovarsi (nelle idee, nell'essere vicino ai ragazzi- un traguardo, una meta dopo l' altra- nelle proposte); di non giudicare subito, ma dare tempo, dare fiducia, valorizzare evitando sentenze negative; andare a cercare i ragazzi (fino a instaurare momenti periodici settimanali al di là dei rituali momenti della vita di comunità).

Il Capo è un compagno di strada: conosce i ragazzi e da loro uguale dignità: pensa e agisce insieme ai ragazzi. I ragazzi devono credere nel capo, non perché lui è il capo punto e basta, ma perché riconoscono che ciò che dice è vero e fa bene.

E un buon esempio vale più di un buon ragionamento.

La relazione Capo-Ragazzo è un aspetto importante della vita di tutti i giorni nella comunità scout: è una relazione strana e diversa da tutte le altre che avvicina al mondo degli adulti accompagnando per mano con una minore distanza rispetto a quella di insegnanti e dei genitori. In più c'è un riferimento preciso: le scelte che il(Capo)ha fatto.

Il Capo Non è una persona perfetta e non lo deve sembrare, altrimenti sarebbe irraggiungibile, anzi è una persona che proprio perché ha sbagliato e se ne è accorto (e continua a sbagliare e a fare il punto della situazione) può dare consigli basati sia sull'esperienza, sia sull'amore.

I ragazzi sanno che il Capo vuole loro bene, in modo serio, è una persona su cui avere fiducia e che avrà fiducia in loro e nel loro futuro, forse a volte anche più di quanto i ragazzi ne abbiano in loro stessi e spingerà a percorrere strade per cui non si sentono ancora pronti.