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PUNTARE in ALTO Tratto da un Articolo del Notiziario della Regione Emilia Romagna "Il Galletto" del Gennaio 2005 di Marco Quattrini |
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E ALLORA?
E allora dobbiamo alzare il livello,
senza sconti o concessioni. Prima di tutto a noi stessi. Fare
educazione oggi richiede
grande impegno, disponibilità e capacità. Non basta averne
voglia, essere innamorati dei bambini, essere disponibili.
È
sempre più
necessaria competenza, avere i numeri per farlo. Non servono buone intenzioni e
retorica, ci vuole concretezza. C’è bisogno di capi adulti, maturi e
responsabili, che siano
non che facciano
gli
educatori.
Che abbiano qualcosa da
dire, per tenere altissimo il livello della proposta. Per testimoniare che
la vita non è uno scherzo, ma richiede impegno, voglia di mettersi in gioco,
responsabilità. Ma non è neanche una sfida impossibile.
Senza nascondersi dietro alibi personali, pressappochismi, vittimismo. E’
ora di riscoprire l’orgoglio di un intervento di
grande valore politico e
morale
nella società civile, non limitandosi a fare ricreazione, oratorio o doposcuola.
Cominciando anche a chiamare le cose per nome, senza paura che i nostri
interlocutori (famiglia - parrocchia) ci considerino montati, deviati,
prepotenti o presuntuosi. Con il rischio anche di perdere qualcuno, che
non ha capito, che non ne ha voglia, che credeva che fossimo di moda.
Iniziamo a
dire forte chi siamo e cosa vogliamo.
E soprattutto ( che il nostro
ideale di educazione (l’uomo e la donna della Partenza) non è uno stereotipo o,
appunto, un ideale. Vuol
essere invece
una risposta forte al bisogno evidente del mondo attuale di persone capaci di
affrontare le sfide della vita in modo consapevole e attivo. Di non
lasciarsi vivere. Capaci di assumersi responsabilità e incidere in modo
positivo nella vita di tutti i giorni.
Hanno gratificato più di una volta l’AGESCI definendola una associazione di
frontiera. Forse qualche gruppo lo è, nelle zone più a rischio. Non
lo siamo certo perché abbiamo qualche bambino portatore di handicap, qualche
caso segnalato dai servizi sociali, qualche immigrato.
Lo possiamo essere se cominciamo a farci carico, come singoli e comunità capi,
non solo di chi ci capita, o di chi ci piace, ma anche e soprattutto delle
situazioni dove il degrado , e la marginalità ci interpellano più duramente,
provocano in modo più pressante la nostra vocazione educativa.
Non so però fino a che punto lo vogliamo. Se ci crediamo.