Il dialogo personale

nella relazione

capo-ragazzo

 

Articolo sulla Progressione Personale 

di   Dario Seghi

 

 

Osservando la specie umana, possiamo ricavare due coordinate fondamentali per la crescita del cucciolo d'uomo:  l'affetto  e le  regole.

 

Fin dalla nascita questi elementi si fondono insieme ma con dosaggi continuamente diversi per determinare quelle esperienze di "attaccamento" che consolidano le basi della personalità e che preparano la capacità di "separazione", esperienza indispensabile per la piena realizzazione di sé.

 

Il gruppo scout accoglie il ragazzo nel gruppo con l’obiettivo di continuare quel processo di crescita iniziato in famiglia e renderlo completo.

 

L'esperienza dell'accoglienza nel gruppo favorisce quell'attaccamento psicologico che chiamiamo senso di appartenenza al gruppo e che prepara le basi per poter vivere l'esperienza della partenza che corrisponde psicologicamente alla fase di separazione.

 

All'interno quindi di questi due poli (attaccamento/separazione) appartenenza /partenza si giocano le capacità educative del capo con gli stessi ingredienti dell'affetto e delle regole utilizzati dalla famiglia e che nel gruppo si trasformano in "relazione capo-ragazzo"(affetto) e "metodo"(regole).

 

Sono i due elementi sui quali lavorare con sintesi mai uguali e con dosaggi sempre diversi di momento in momento e di ragazzo in ragazzo, nella continuità del percorso scout e nella sua discontinuità.

Pur andando sempre insieme, nell'ottica della piena crescita, se non si entra prima in relazione col ragazzo difficilmente si potrà chiedere al ragazzo di vivere il metodo.

 

Nessun capo vive sempre e pienamente con ogni ragazzo l'equilibrio perfetto tra relazione e metodo, anche perché in ogni capo c'è una spinta pregressa, un imprinting educativo che lo spinge maggiormente verso l'una o verso l'altra.

E' bene cercare di  diventare consapevoli del nostro imprinting educativo e se siamo più orientati verso il metodo o verso la relazione.

Non dobbiamo dimenticare che un bambino che non riceve l'affetto dai suoi genitori vivrà le regole come strutture rigide che diventeranno prigioni, così se il metodo viene trasmesso senza curarsi della relazione col ragazzo rischia di produrre vincenti e perdenti e non persone capaci di entrare in relazione con se stesse in modo equilibrato e comprensivo.

Come aiutare il capo a mettere al centro il ragazzo, quel ragazzo, o meglio la relazione con lui ( nel senso che non solo lui è in gioco ma anche io , con i miei vissuti emotivi)?

                      

Il regolamento metodologico sapientemente indica nell'art. 31:

"In tutto il sistema della progressione personale il rapporto capo-ragazzo si basa su una comunicazione educativa nella quale l'adulto interpella continuamente il ragazzo e la ragazza per scoprirne interessi, aspirazioni, attese, sentimenti.

E' un rapporto/atto di osservazione e di interazione che prende corpo dal desiderio tra le partì di parlare, ascoltare, giocare, progettare, fare e capire insieme. Si basa pertanto sulla concretezza e l'esperienza vissuta insieme, nonché sui valori condivisi da capi e ragazzi che trovano il loro fondamento nella Legge, nella Promessa e nel Motto.

E’ un rapporto teso a far scattare quel processo di auto-educazione che aiuti sempre più i ragazzi e le ragazze a prendere coscienza dei cambiamenti in atto fino a promuoverli intenzionalmente.

Per questo il capo stabilisce con ogni ragazzo e ragazza un rapporto di fiducia tramite un dialogo personale, accompagnandolo nel suo cammino di crescita, senza sostituirsi nelle scelte e nelle esperienze, aiutandolo ad individuare le mete educative che devono essere impegnative ma raggiungibili".

                        

La relazione capo-ragazzo è fatta di molte sfaccettature come ben esplicitato nell'articolo 31; l'atteggiamento, che è il modo che ha il capo di guardare, sorridere, avvicinare, toccare il ragazzo attraverso il quale può passare una reale interesse per lui, oppure una senso di estraneità.

- L'ascolto, la comprensione, il riconoscimento dei suoi bisogni, sapendo trasmettere stima e fiducia che promuoverà l'incoraggiamento nel realizzare sempre più il proprio percorso di vita, la propria progressione personale nella pista, nel sentiero e nella strada. Quest'ultima ci aiuta a modulare le tappe con gradualità pur nella globalità, e a far prendere coscienza di dove si vuole andare e perché.

All'interno di questa complessa relazione dove il capo è in gioco in prima persona anche con i suoi vissuti emotivi e non solo con le sue intenzioni e valori, che è fatta soprattutto di atteggiamenti non verbali e di esperienze concrete vissute insieme ai ragazzi, penso che continui ad avere un posto rilevante anche il dialogo personale con il ragazzo in progressione personale formale e informale e non riesco a vederlo sorpassato e sostituito "con meccanismi interni alla vita dell'unità che consentano al ragazzo di assumersi degli impegni, realizzarli e renderne conto". ( P.E. Marzo 2004 pag.37)

 

E’ importante studiare strumenti che permettano alle relazioni verticali in squadriglia, e quelle orizzontali in alta squadriglia o consiglio capi, di progettare e verificare assunzioni di compiti in quanto la relazione capo-ragazzo non è l'unica che fa crescere.

 

Ritengo che il dialogo personale con il ragazzo rimanga ancora uno strumento utile per trasmettere un vero interesse per il cammino del ragazzo, per conoscerlo, per incontrare le sue difficoltà, per incoraggiarlo ed orientarlo, per capire il suo modo di vivere le esperienze proposte e questo penso sia l'obiettivo di ciascun capo scout. Non credo che ciò richieda "competenze e capacità che sono al di là del ruolo educativo dei capi, e non dei capi così come sono, ma così come devono essere" (P.E. Marzo 2004 pag.37) perché il compito di tale colloquio non è fare una diagnosi, non è progettare una terapia, ma trasmettere un reale interesse per la vita del ragazzo, e questo non presuppone competenze maggiori di quelle di un capo scout, queste sono competenze umane che anzi dovrebbero essere presenti anche in un medico o in uno psicoterapeuta perché anche per un paziente sperimentare una piena ed autentica accettazione della sua persona prima del suo problema diventa fondamentale per la buona riuscita della terapia.

 

Tutte le scienze che si occupano della persona ( educative, mediche, psicologiche e dell'apprendimento) si stanno orientando al recupero della relazione personale globale che non può essere neutra e lasciare alla tecnica il compito di agire.

 

L'incontro personale con il ragazzo è strumento importante insieme ai mille altri che il metodo scout ci offre per ricordarci che al centro del nostro agire rimane la relazione con la persona, la nostra con i nostri vissuti e quella del ragazzo con i suoi vissuti e bisogni, ogni ragazzo.

 

E, se questo è valido per ogni ragazzo che ha un percorso scout tranquillo, propositivo,

collaborante, diventa fondamentale e necessario in tutte quelle situazioni difficili in cui i ragazzi manifestano atteggiamenti provocatori, apatici, e dove le regole del gioco vengono continuamente disattese e che mettono a dura prova la pazienza del capo.   Ed oggi sempre più sono presenti nelle nostre unità, ragazzi "difficili" governabili solo da capi autorevoli capaci di dare comprensione e proposte che partano però dal ragazzo perciò raggiungibili.

Inoltre l'ambito del gruppo così importante certe volte per affrontare conflitti e situazioni difficili, altre volte non è contesto adeguato per capire, e orientare il ragazzo in difficoltà che si maschera con la strafottenza e che può utilizzare il gruppo come "platea" per le sue compensazioni provocando nel capo atteggiamenti aggressivi reattivi e non intenzionali, distorcendo la relazione.

 

Un momento d'incontro personale, che sappia, con franchezza ed autenticità, far capire al ragazzo il nostro vero interesse per lui, il nostro tentativo di comprenderlo, ma anche i nostri vissuti e difficoltà per chiedergli, all'interno della sua progressione personale, un impegno specifico che può riguardare il suo comportamento, atteggiamento o le sue scelte, diventa allora necessario.

 

Chiediamoci quanto ha influito nella nostra storia personale scout, l'interesse dei nostri educatori e se questo lo abbiamo percepito anche da quei dialoghi formali ed informali dove comunque ci siamo sentiti capiti, accolti e sostenuti o al contrario feriti e scocciati.

 

Certo l'incontro personale può essere anche utilizzato male come qualsiasi altra modalità relazionale che trasmetta indifferenza, controllo, giudizio, svalutazione e ciò avviene quando il capo ha in mente un progetto solo suo e per realizzare il quale deve imporsi, plagiare, svergognare.

 

Impariamo a utilizzarlo con equilibrio, non eliminiamolo perché delicato, ciò che conta è avere le coordinate giuste che sono quelle dell’art. 31 del regolamento metodologico e i due ingredienti educativi da cui siamo partiti:

-  la piena accettazione del ragazzo che significa un'autentica stima e fiducia di lui,   per la sua persona ( affetto= relazione capo-ragazzo)

-  l'autorevolezza che sa proporre, incoraggiare, stimolare, orientare verso quelle esperienze che il metodo ci offre in modo personale perché ognuno parte da una situazione diversa ed arriva in un posto diverso. ( regole = metodo)

La sintesi di questi ingredienti va fatta sia in gruppo che a livello personale "per questo il capo stabilisce con ogni ragazzo e ragazza un rapporto di fiducia tramite un dialogo personale, accompagnandolo nel suo cammino di crescita, senza sostituirsi nelle scelte e nelle esperienze, aiutandolo ad individuare le mete educative che devono essere impegnative ma raggiungibili "(dal regolamento metodologico art. 31)