ESSERE PERSONE... MEGLIO,

ESSERE  COMUNITÀ SIGNIFICATIVA

Tratto da un Articolo del Notiziario della Regione Emilia Romagna 

"Il Galletto" del Gennaio  2004

di   Cinzia Pagnanini

                                          

L'Agesci, nello scegliere di educare i ragazzi secondo il metodo scout e nella fede cattolica, ha posto alla base di questa sua scelta una comunità educante: la comunità capi.

In questo caso comunità, oltre all'evidente senso evangelico, prende anche il significato di luogo in cui si condivide la responsabilità educativa. Senza questo spirito di condivisione l'organo direttivo del gruppo avrebbe potuto essere un semplice consiglio di amministrazione (come succede in diverse altre associazioni di volontariato sia laiche che cattoliche), che delegava ai vari capi unità una gestione autonoma.

Al contrario nella nostra associazione l'intera comunità capi condivide la responsabilità dell'educazione che noi offriamo ai ragazzi e lo fa attraverso un progetto educativo.

I motivi di questa scelta non comune stanno essenzialmente in due capisaldi:

• la progressione personale unitaria

• la convinzione che una comunità educante sia un importante segno nei confronti del mondo

La progressione personale unitaria richiede che i capi di ogni branca siano a conoscenza del percorso educativo che si svolge nelle varie età educative, ne condividano le motivazioni e svolgano quindi coerenti scelte educative. La continuità educativa è l'ossatura forte su cui si concretizzano le scelte del progetto educativo di gruppo e quelle dei programmi di unità.

Il capo branco e la capo cerchio devono conoscere qual è lo spirito dell'uomo e della donna della partenza, occorre conoscano come questo spirito inizia a prendere forma nel branco/cerchio, si stabilizza nel reparto e ha il suo completamento nel clan. Allo stesso modo il capo e la capo reparto devono conoscere il percorso che hanno fatto i lupetti/coccinelle che salgono al reparto e la Strada che percorreranno gli esploratori e le guide al momento dell'ingresso nella comunità R/S.

Di tutto questo la comunità educante si fa carico, prendendo sulle proprie spalle l'intera responsabilità educativa: il capo clan condivide la responsabilità della capo cerchio e viceversa.

La corresponsabilità non è un impegno formale e "sulla carta", è la realtà operativa di una comunità capi che faccia il suo dovere.

Ogni capo ha, di fronte ai genitori, la stessa valenza educativa, anche se i compiti sono diversi.

Vivere la corresponsabilità si traduce nell'accettare l'ingresso di altri in quello spazio decisionale che molto spesso siamo capaci dì difendere ad oltranza.

Per consentire questo ingresso deve esserci necessariamente fiducia negli altri capi, non possono essere accettate preclusioni legate a simpatie, antipatie o complessi di superiorità.

Se non ho stima di chi mi sta al fianco, difficilmente cercherò di condividere qualcosa con lui... se mi credo superiore, difficilmente starò ad ascoltare chi credo incompetente.

Condividere vuoi dire anche accettare il confronto serenamente, senza mettersi sulla difensiva, non nascondendo, ma facendo conoscere agli altri programmi, metodi e problemi.

Molti capi vedono la corresponsabilità come un limite alla propria autonomia perché si sentono in grado di gestire tutto da soli e soffrono qualsiasi ingerenza da parte di altri.

Oltre a non essere coerente con la legge scout, questo atteggiamento è assolutamente controproducente perché ha come conseguenza certa unità a compartimenti stagni, impermeabili, dai quali i ragazzi vengono semplicemente travasati, senza che possano percepire una continuità di intenti o di progetto.

Certamente è diffìcile accettare gli altri senza diffidenze, mettendo da parte antipatie e controversie, ma riuscire a farlo è attuare al meglio un'educazione che si fa forte non tanto di forti individualità quanto di una testimonianza di una comunità significativa.