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Carta di Clan: provare per credere! Tratto da un Articolo del Notiziario della Regione Emilia Romagna "Il Galletto" del Aprile 2006 di Laura Galimberti |
I CARE, forse queste potrebbero essere le prime parole per tutte le Carte di Clan... perché più che una “legge” o un “regolamento”, una Carta è un impegno, un “prendersi a cuore”, una dichiarazione appassionata. Deve essere “a misura” dei Rover e delle Scolte, perché scritta da loro, nella concretezza della storia, della realtà e delle capacità dei componenti la Comunità. Utilizza il metro del grande sogno, ma è capace di calarsi anche nella vita quotidiana dei giovani.
Dal punto di vista del metodo
la Carta di Clan è
il documento nel quale ogni Comunità indica in che
modo le finalità, i valori e il Metodo proposti dallo Scautismo
diventano obiettivi concreti di crescita per i suoi componenti, contenuti e
valori a cui tendere e esperienze da vivere.
Il percorso di costruzione della Carta di Clan passa perciò da due fasi che si
susseguono e poi si intrecciano:
• l’analisi, non solo della propria realtà (la fotografia del Clan), ma
anche dei documenti del Metodo scout, del Magistero, della Comunità locale;
• la traduzione delle idee e dei valori in esperienze, proposte,
obiettivi, vita personale e di comunità.
La Carta di Clan è un
formidabile strumento di autoeducazione. L’adesione ad una legge liberamente
scelta, anzi addirittura liberamente scritta, ci vincola al suo rispetto e si
pone come fondamento alla coscienza sociale dell’uomo. Coinvolge la dimensione
esterna, anche del Clan, la dimensione della cittadinanza, dell’apertura, della
coerenza.
Allo stesso modo la Carta di Clan è anche uno strumento per la crescita nella
consapevolezza della fede, secondo diverse modalità.
Innanzitutto, proprio perché intreccia analisi e proposta, la Carta di Clan
abitua a un metodo di rigore anche chi è
propenso ad affermazioni superficiali. E quante volte
non lo sono i giovani e non solo loro, quando decidono di ignorare il Magistero
della Chiesa. Talvolta riserva vere sorprese... avete visto il compendio della
dottrina sociale?
Lo sviluppo di piste di attività, impegno, progetto è poi l’occasione ghiotta
per proporre concretamente percorsi di “ricerca” a chi non sente ancora
matura la propria fede, ma spesso si culla nell’affermare una generica tensione
spirituale, non supportata da un progetto adeguato. Si può avviare una ricerca
mettendosi in cammino, non in poltrona davanti alla TV.
Infine la Carta di Clan, nel suo essere
riferimento di crescita per la persona, ma anche
per la comunità, è un pò come
il Corpo della Chiesa: costruito dall’impegno di tutti, ma anche sofferente per
la debolezza dei singoli. Ci insegna il discernimento e il senso di
responsabilità.
Fin qui la possibilità di sfruttare un metodo. Ma è soprattutto nella parte
della carta di Clan dedicata alla vita di fede che si potrà sviluppare con
pienezza quanto accennato. “Avere una fede matura” dovrebbe essere
un titolo a grandi caratteri tra gli articoli della Carta di Clan e alla luce di
questo dovrebbero leggersi anche gli altri capitoli-obiettivi (migliorare
noi stessi, /e nostre doti, le nostre capacità, vivere la sessualità
carne dono per gli altri, acquistare atteggiamenti e mentalità non
emarginanti, essere al servizio dei fratelli, essere operatori di pace e
di non violenza.. ..).
Ai ragazzi chiediamo di vivere relazioni di alta qualità, con se stessi, con gli
altri e... con Dio (e con la Chiesa, corpo di Cristo). Per questo la
ricerca è necessaria. Un
rover o una scolta che arriva alla Partenza dicendo “io credo”, ma
in modo superficiale
e senza essere passato attraverso un approfondimento della
sua fede, non ha fatto una scelta vera per propria vita.
Ecco che ogni attività di ricerca di senso, di verità, di fiducia, aiuta
questo cammino. Bene la strada, il servizio, le veglie, ma anche luoghi di
spiritualità, testimoni di fede, attenzione costante alla bellezza, al creato,
agli altri. Esperienze forti: i Goum, il deserto, l’hike, il campo bibbia, il
pellegrinaggio.
E poi la preghiera. Cos’è la preghiera? Un bellissimo scritto di Ermes Ronchi
dice che pregare è collocare il senso ultimo de//a vita e delle cose, non in
se stessi, ma fuori di sé. Constatare che la speranza del mondo non risiede
nella cronaca quotidiana, ma oltre, in alto. Pregare vuol dire accorgersi che
esistono gli altri; smettere di ripiegarsi su se stessi, aprirsi, sfuggire
all’eterno ritorno su di sé. Narciso, che guarda solo se stesso, è più lontano
da Dio di Caino (dice il Signore ‘io proteggerò Caino, chi lo tocca sarà punito”
Gn 4, 15).
Quando i rover e le scolte firmeranno questa Carta, decideranno se rischiare,
mettersi in gioco, e poi impegnarsi perché lì si misurerà la progressione
personale.
L’impegno è un cammino, per il singolo e per il gruppo, non una sigla su un foglio.
Per questo è appassionante. Perché è fatto di mete concrete di vita, sempre un passo più avanti. Per questo la Carta deve essere sfidante, permettere di buttare il cuore oltre l’ostacolo. E permettergli di raggiungere il cielo.